• Malakos

Per la serie "Storytelling" - L'allievo

Tempo di lettura 20 minuti

Mirco era il suo allievo, proprio come lui, ma tanti anni prima, lo era stato del vecchio antropologo. C’era però una profonda differenza: Quando s’incontrarono per la prima volta, una decina d’anni prima, Mirco aveva già ventitré anni ed una solida conoscenza scientifica. Lui, invece, quando conobbe il suo Prof., era solo un pozzo d’ignoranza, ricco di poche rudimentali nozioni, ma questo non era molto grave. Il difetto peggiore di quel ragazzino di quattordici anni era la sua presunzione. Quando affrontava un argomento del quale, magari, ne conosceva a malapena l’esistenza, lui ne parlava come se fosse il depositario della Verità Assoluta: la scienza infusa. E se per caso qualcuno cercava, pazientemente, di fargli capire che sbagliava, lui lo ascoltava con aria di sufficienza e poi quasi sempre sentenziava: “No! Ho ragione io!”. Era insopportabile: Certe volte ti veniva la voglia di schiacciargli la testa. Quanta pazienza aveva avuto il suo vecchio Prof.! Ma era volonteroso. Non sentiva la fatica e non si lamentava mai, neanche quando doveva stare per ore ed ore a setacciare la terra degli scavi sotto un sole infuocato; e poi imparava in fretta.

Mirco no. Lui aveva un carattere completamente diverso. Riflessivo, cauto, preferisce ascoltare ed, ovviamente, è un inguaribile curioso ed è attratto verso tutto ciò che non conosce: la dote principale di ogni buon ricercatore. Forse è stata proprio la loro curiosità, oltre alla comune folle passione per le conchiglie, a far sì che tra loro nascesse una vera amicizia. Da anni la casa dell’anziano e di Wanna è un po’ la sua seconda casa e non solo il posto dove dormire e mangiare, quando una volta il mese circa, viene a lavorare a quel museo di conchiglie che, un giorno, sarà lui a dirigere.

“Domani mattina svegliami presto, così lavoriamo un po’ prima di andare in museo” disse Mirco salutando l’anziano che, alle dieci di sera, se ne andava già a dormire. Il giovane rimase nello studio per finire una relazione, ma quella sera non gli andava proprio di lavorare. Si stiracchiò un poco e si mise svogliatamente a gironzolare fra le librerie dell’anziano, in cerca di un qualche cosa d’interessante da leggere, nell’attesa di crollare fra le braccia di Morfeo. Andava calmo su e giù per i lunghi scaffali con la testa inclinata per leggere meglio i titoli. C’era un po’ di tutto: dalla storia delle religioni, all’astronomia; dalla geologia ai funghi; dall’ornitologia alle orchidee selvatiche. “Chimica! No per carità l’ho sempre odiata!” disse fra sé e sé. Alla fine, davanti ad uno degli due scaffali carichi di scienze antropologiche; la sua attenzione fu attratta da un titolo che gli suonava un po’ bizzarro: Non dalle scimmie. Quel libro gli sembrò del tutto fuori posto dal contesto in cui si trovava. Il titolo, infatti, gli faceva pensare più ad una tesi creazionista sull’origine dell’uomo che non ad un libro sull’evoluzione umana. Lo sfilò con un’espressione tra l’incuriosito ed il sospettoso e cercò le note biografiche dell’autore; erano nella terza di copertina: Bijorn Kurtén professore di paleontologia all’Università di Helsinki … Stoccolma … Harvard. Prese con sé il libro, spense le luci dello studio e andò in camera sua.

All’indomani l’anziano lo svegliò alle sei e mezzo e, dopo un veloce caffè, i due scesero nello studio. “Metto via questi campioni e poi cominciamo”. Chiuse in tutta fretta nei sacchetti quei materiali antartici e, sempre volgendo le spalle al giovane, continuò: “Su cosa vuoi lavorare stamane? - No. Non voglio lavorare!. Ieri sera ho letto i primi capitoli del Kurtén, ma è del ’72 e vorrei sapere cosa si conosce di nuovo sulle primissime forme di Australopithecus e, se nello stesso periodo, c’era qualche altro ominide che sgambettava di già!” L’anziano rimase per qualche istante con le braccia protese in alto sullo scaffale poi, girandosi lentamente con gli occhi strabuzzati sopra le sue lenti da lettura, esclamò: ”Oh Cristo! Hai dormito proprio male stanotte figliolo! Ma dico … ti sembra una domanda da farmi alle sette di mattina che sono ancora rincoglionito?!” Per tutta risposta Mirco si mise comodamente a sedere di fronte a lui, mettendo su un sorrisetto da schiaffi come a dire “T’ho punto nel vivo eh!?” Guardandolo fisso negli occhi con l’espressione di chi è conscio di non potersi sottrarre al destino infausto, l’anziano si mise a sedere e, automaticamente, allungò la mano verso i suoi sigari. “Nooo! Ti prego. Quelli di mattina no. Posso vomitare”. Gli rispose con un sordo brontolio e, guardandolo un po’ in tralice, poggiò i sigari e prese una sigaretta. Dopo la prima boccata si schiarì un po’ la voce e cominciò: “Fra il Sahelantropo ed afarensis ci sono quasi tre milioni e mezzo di anni e ...”

Iniziò con il parlargli dell’Orrorin tugenensis che, in base alla datazione nucleare eseguita, risulterebbe avere circa sei milioni di anni. Gli spiegò anche che il suo nome non si riferisce affatto al suo aspetto più o meno “orripilante”, ma che “Orrorin”, nel dialetto kenyota, significa “Uomo originale” e che “tugenensis” deriva dal nome della località di ritrovamento del fossile: I rilievi delle Tugen Hills.

Ma prima di parlargli nel dettaglio delle caratteristiche anatomiche di quell’antica creatura, l’anziano volle far capire bene al suo amico l’importanza di quel milione di anni che dividevano questo fossile dal Sahelantropo e che non è affatto certo che quest’ultimo sia stato il suo diretto progenitore.

“Vedi Mirco … il problema principale non è tanto che di Orrorin si conoscono solo pochi ossicini e, per di più, tutti mezzi rotti; magari fra un paio d’anni qualcuno potrebbe anche trovare il resto di quello scheletro: è già successo. Il vero, grosso, problema è un altro ed è proprio quel buco di un milione di anni che c’è fra il Sahelantropo e l’Orrorin. Per un paleontologo che si occupa di dinosauri, un milione di anni non è niente: un margine d’errore più che accettabile. Per chi studia invece la Paleontologia umana, un milione di anni è un arco di tempo enorme. Pensa un po’ a che cosa è successo all’uomo nell’ultimo milione di anni. Te lo riassumo così: L’uomo è già uscito dall’Africa ed erectus conquista l’Asia, popola Giava e le isole vicine e si estingue; nel stesso tempo, però, erectus si differenzia in antecessor che conquista l’Europa ed anche lui si estingue; al suo posto arriva heidelbergensis, poi sapiens che conquista il mondo, senza dimenticarsi della più o meno fugace comparsa del Neanderthal. Il tutto in poco più di un milione di anni! Adesso capisci che in questo milione di anni può essere successo di tutto; anzi sarebbe strano il contrario, ma di questo arco di tempo, ad oggi non sappiamo un tubo”.

Ad oggi di questa specie protoumana conosciamo solamente 13 frammenti ossei, ma per fortuna alcuni di questi molto significativi: la metà superiore di un femore; la parte distale di un omero; una falange dell’arto superiore; alcuni denti, fra i quali, 3 sono ancora impiantati in due segmenti di mandibola, ed altri frammenti più o meno significativi.

“Come viveva l’Orrorin? Più o meno come un babbuino: Un po’ a terra ed un po’ sugli alberi! - Ma non aveva un femore eretto?!”, ribatté veloce Mirco. “Si! … E’ vero! Ma è vero anche che su quel mezzo femore, le inserzioni muscolari non sono ancora così ben sviluppate da poter sostenere muscoli così potenti da permettere un’andatura eretta costante. E’ vero che tra la diafisi (la porzione diritta dell’osso) ed il collo del femore dove c’è la “pallina” che lo articola al bacino, c’è un angolo di 120 gradi come nell’uomo, ma le creste ossee che permettono ai tendini di “ancorarsi” all’osso, sono ancora troppo simili a quelli degli scimpanzé che, però hanno un angolo di 90 gradi. La struttura del loro femore, infatti, gli permette di camminare eretti solo per brevi tratti e, per di più in maniera goffa. Certo … avere già un femore molto simile al nostro è fondamentale per un’andatura eretta, ma il solo femore non basta. Ad esempio non conosciamo la tibia ma, soprattutto, non sappiamo com’era fatto il piede dell’Orrorin. Il piede, lo sai deve avere una struttura ben precisa per consentire una perfetta andatura eretta. Prendi, ad esempio, chi ha una patologia congenita come il “piede piatto”: Chi ne soffre cammina male. Devi tenere presente però, anche un’al-tra cosa: oltre ad avere una struttura ossea idonea, per camminare bene eretti occorre anche avere un certo tipo di muscolatura, i glutei sono fondamentali! Sono necessari per camminare, ma soprattutto, sono indispensabili per correre e prova ad immaginare un preominide bipede che non sapeva correre: sopravviveva da Natale a Santo Stefano! Hai notato che gli scimpanzé hanno i glutei poco sviluppati?! Li usano poco, ed essendo piccoli hanno bisogno di inserzioni ossee modeste. Ma i glutei dell’uomo non si “aggrappano” solo al bacino: si attaccano poderosamente anche alla faccia interna del femore; aspetta che te lo faccio vedere!” L’anziano aprì uno dei tanti cassetti sotto il suo grande tavolo e, frugando con poca delicatezza, tirò fuori un bel femore umano. Mirco sgranò gli occhi! Erano più di dieci anni che frequentava quella casa, ma tutte le volte che ci passava qualche giorno, scopriva sempre qualche cosa di nuovo. “Ma lì dentro c’è tutto uno scheletro! - Si … era quello che mio nonno materno usava per le sue lezioni di Anatomia Umana. La vedi questa cresta ossea tutta bitorzoluta lungo la faccia interna del femore? Si chiama tuberosità glutea e ci s’innesta proprio uno dei tendini del gluteo; nello scimpanzé questa cresta è poco sviluppata, perché i suoi glutei non sono potenti come quelli dell’uomo. Ora … considerando che la cresta che c’è sul femore dell’Orrorin è, come dire, a metà strada fra quella dell’uomo e quella dello scimpanzé, è logico pensare che quando stava a terra camminava eretto ma, all’occorrenza sapeva anche arrampicarsi velocemente sugli alberi dove, probabilmente, passava tutta la notte proprio come fanno oggi i gorilla; conduceva, insomma, quella che possiamo definire una vita semi-arboricola”.

Il giovane guardava perplesso quel femore, maneggiandolo con misto di curiosità e di turbamento: era pur sempre un osso umano. “Ma è sufficiente questo particolare per dire con certezza che era un semi-arboricolo?” Aveva un’espressione un po’ scettica; era abituato a fondare le sue certezze su basi decisamente più solide. “Eh no!”, riprese l’anziano, “Questo te lo fa solo sospettare, ma se ci aggiungi altri due particolari, il sospetto può diventare quasi una certezza! L’omero di Orrorin è molto robusto ed è più simile a quello di un arrampicatore come lo scimpanzé che a quello di un uomo, o di un Australopiteco. Ha una cresta per l’inserzione di un deltoide, il muscolo della spalla, molto potente; proprio come quello dello scimpanzé o del gorilla. Il deltoide è un muscolo fondamentale per issarsi con la sola forza delle braccia: Pensa a Yuri Chechi quando fa la croce agli anelli; ha due deltoidi che fanno spavento! Mi piacerebbe vedere la radiografia del suo omero. E questo è un secondo indizio molto importante. Terzo: la falange! Non è diritta come quella dell’uomo; ha una curvatura molto simile a quella delle odierne scimmie abitualmente arboricole. Ora! Se metti in fila queste tre caratteristiche, non puoi che pensare ad una vita semi-arboricola”.

Mirco si grattò un po’ la testa e, dopo essersi strofinato anche il naso esclamò: “Quante informazioni si possono leggere da quattro ossa spezzettate! … Ma del cranio non sappiamo niente?! - Qualche cosa … ma i frammenti sono pochi. I canini sono a metà strada fra quelli dell’uomo e dello scimpanzé ed il terzo molare, il dente del giudizio, è più piccolo: quasi come l’uomo e, quindi poteva avere un muso meno sporgente di quello dello scimpanzé; doveva essere solo un po’ meno prognato … Dai. Si sono fatte le nove. Andiamo in museo!

Ci volevano circa venti minuti d’auto per scendere da quel casale in mezzo al bosco e giungere al museo. Normalmente i due amici parlavano senza interruzione lungo tutto il tragitto, ma quella mattina Mirco rimase in silenzio, con lo sguardo fisso verso un punto qualsiasi dell’orizzonte. Pensava e ripensava a quanti indizi il suo amico riusciva a leggere in quelle poche ossa. Sino a quella mattina aveva sempre pensato alla Paleontologia umana come ad una scienza polverosa, tutta protesa solo a disvelare un passato più o meno remoto, in un continuo, sterile, affanno; lo pensava un po’ di tutte le scienze archeologiche. Si accorse, invece, che quella scienza era modernissima. Sfruttava ogni nuova tecnologia che le discipline più disparate le mettevano a disposizione ed anzi, ne richiedeva sempre di nuove e più sofisticate, per riuscire a scovare anche le più deboli tracce che si nascondono dentro i giacimenti fossiliferi.

“Bello! Mi piace soprattutto il metodo intuitivo che voi specialisti usate per …” Guardandolo un po’ stupito per l’inatteso riconoscimento, l’anziano lo interruppe: ”Ti ringrazio per la considerazione Mirco, ma io non sono un vero paleoantropologo! E questo non perché non ho mai fatto nessuna scoperta eclatante, ma perché non ho una preparazione specifica in materia; ho solo delle notizie superficiali. Non ho studiato la materia in modo approfondito. Leggo solo quello che mi capita per le mani”. Vero: Lui non era uno specialista della materia, ma in quanto a studiare, oh! se studiava ed in quel periodo stava anche tentando di formulare una tesi tutta sua, sulla differenziazione fra specie simili in un momento ben preciso dell’evoluzione umana, ma non gli piaceva, per così dire, sentirsi incensato.

“Dopo l’Orrorin chi arrivò?!” proseguì imperterrito il suo allievo, con un sorrisetto di circostanza per il concetto che l’anziano aveva di se. “Te lo racconterò con una storiella Mirco. Una storiella che quando la sera non riesco a prendere sonno, m’immagino di vivere in prima persona. Ero stato selezionato per andare a vedere, con la macchina del tempo, cosa veramente era successo ad Est della Rift Valley, ma soprattutto per cercare di capire quale rapporto ci poteva essere fra le varie specie di ominidi che vi abitavano”.

La sensazione che l’uomo provava quella mattina salendo sul grosso camion in grado di volare era diversa. Da quasi due mesi lo avevano sottoposto ad estenuanti esercitazioni giornaliere, ma quella mattina non era una delle tante prove: era giunto il momento di fare il grande balzo nel tempo. Era tutto pronto. Le attrezzature scientifiche e le scorte alimentari erano state minuziosamente ricontrollate e, soprattutto erano state ancorate perfettamente al pianale del veicolo; niente si sarebbe potuto muovere durante il salto all’indietro. Tutti gli sportelli che chiudevano i singoli scomparti delle due grandi scaffalature alle pareti del camion furono serrati, come pure vennero bloccate le ruote della piccola jeep con la quale avrebbe fatto le esplorazioni giornaliere. Si guardò un attimo intorno ed il grande pannello luminoso che vedeva dall’abitacolo gli diceva che ormai mancavano venti secondi alla smaterializzazione. Accese tutte le strumentazioni e dopo aver rassicurato i suoi amici con il pollice alzato, si allacciò la cintura incrociata e chiuse gli occhi. Il sordo rumore dell’acceleratore di materia si trasformò, in breve, in un diffuso formicolio che gli entrava sempre più nel profondo, poi il silenzio.

Un leggero ticchettio ritmato che proveniva dall’esterno, fece riaprire gli occhi all’uomo. Era un uccellino. Una specie di passero che non aveva mai visto, stava facendo colazione con alcuni minuscoli insetti spiaccicati sul cofano del camion, fermo ai margini di una savana riarsa dal sole. L’erba color paglierino era alta, interrotta nella sua continuità solo da qualche acacia dal tronco quasi nero. Lentamente l’uomo iniziò a guardarsi intorno, mentre un leggero indolenzimento gli stringeva tutte le giunture del corpo. Allungò le braccia per guardarsi le mani ed iniziò a muovere le dita: era tutto a posto, tranne quello lo strano colore bluastro delle unghie, colore che dopo poco svanì. Abbassò il finestrino ed una vampata d’aria bollente invase la cabina del camion. Voltò lo sguardo verso il monitor incassato nel grande cruscotto: Pressione sanguigna 125 su 82; pulsazioni 70. I suoi parametri vitali erano tutti a posto, e l’orologio temporale segnava 5.730.422 a.C. L’uomo fu preso da un improvviso senso di paura mista ad eccitazione: erano riusciti a mandarlo indietro nel tempo e lui si sentiva veramente bene. Il ripetuto “bip” dell’orologio temporale gli ricordò che doveva mandare immediatamente il segnale di posizionamento, segnale che avrebbe informato il laboratorio anche del pieno successo dell’esperimento. Premé il pulsante ed un lieve sibilo si levò dall’apparecchio, disturbando l’uccellino che volò via. Il segnale era partito ed immediatamente la luce verde dello smaterializzatore si accese, segnalandogli che, in qualsiasi momento lui avesse voluto, quel bottone l’avrebbe riportato a casa. Mentre aspettava che sul monitor apparisse la sua esatta posizione geografica, prese le carte topografiche e cercò di capire dov’era. Ci sarebbero voluti alcuni minuti per la risposta, ed intanto iniziò a cercare di familiarizzare con quella sua nuova temporanea realtà. Il compito che gli era stato affidato, se vogliamo, in fondo era decisamente semplice: fotografare, filmare, registrare suoni e raccogliere campioni da riportare indietro. Anzi … in avanti! Avrebbe dovuto raccogliere di tutto; campioni di terra, di acqua, registrare l’andamento climatico giornaliero e notturno con un apposito apparecchio che si affrettò ad accendere. Quello strano congegno non solo era in grado di registrare in contemporanea temperatura, umidità e pressione atmosferica, ma anche l’intensità della luce, del vento e di fare un’analisi qualitativa costante dell’aria, dati questi che sarebbero stati come oro per i suoi amici paleoclimatologi. Doveva raccogliere quanti più campioni poteva di ogni forma vivente e, se possibile, anche i resti di ominidi che avesse trovato morti. Una volta fatto il punto preciso sulle mappe della sua posizione, avrebbe dovuto controllare lo stato di fatto dei futuri giacimenti fossiliferi, senza però rimuovere i resti umani che erano già stati ritrovati, altrimenti li avrebbe sottratti al loro futuro ritrovamento: Infatti, se avesse raccolto i resti di quello che, milioni di anni dopo, sarebbe stato, in un primo tempo, riconosciuto come un Australopithecus ramidus, avrebbe condannato l’antropologo etiope Yahannes Haile-Selassie ed i suoi colleghi europei, a vagare inutilmente per la Middle Awash River Valley, perché i fossili che cercavano glieli aveva presi lui. Doveva fare, insomma, una specie di: “Questo si! Questo no perché sennò Leakey dopo non lo troverebbe e si arrabbiaerebbe, questo si! E questo no!”. C’era però un’altra cosa che non avrebbe dovuto fare assolutamente: Interferire con l’andamento naturale delle cose, pena l’inevitabile alterazione degli eventi che avevano preceduto la sua epoca. Ad esempio: se si fosse trovato nella condizione di poter salvare la vita ad un ominide assalito da un leopardo, avrebbe dovuto lasciare che il leopardo lo uccidesse, perché così era stato nella realtà. Poteva sembrare atroce, ma così erano andate le cose, e lui non doveva alterare in alcun modo ciò che era avvenuto.

Arrivò il segnale e riportò subito le coordinate sulle cartografie; si trovava sulle alture dell’Awash, in Etiopia, ed alla base di quella catena montuosa che si alzava di fronte a lui, c’era la Rift Valley: la grande faglia che cingeva e delimitava la culla dell’umanità, ma lui si trovava già al suo interno.

Sapeva che il suo orologio non si sarebbe aggiornato in automatico che tra ventiquattro ore, non appena elaborati i dati che aveva già iniziato a registrare; oggi si sarebbe orientato con l’altezza del sole. Spostò il grande camion quasi al limite della savana con la boscaglia, dove c’era un posto adatto per passare la prima notte. Si sentiva in perfetta forma e decise subito d’iniziare il suo lavoro. Azionò il mimetizzatore e in pochi secondi, il rosso del camion si attenuò, trasformandosi in una maculazione di verdi, marroni e gialli, armonizzando il veicolo ai colori dell’ambiente circostante. Gli ingegneri che avevano realizzato la carrozzeria, erano riusciti a creare una vernice che, imitando le caratteristiche delle cellule cromatiche della pelle dei camaleonti, poteva mutare di colore sulla base delle radiazioni luminose che riceveva dall’ambiente circostante.

Fece scorrere la porta che divideva la cabina di guida e passò nel retro del camion; si mise a sedere alla consolle del laboratorio mobile ed iniziò la registrazione dei dati. Dal tetto del camion uscirono le piccole antenne di ricezione, la parabola orientabile per la registrazione dei suoni e le quattro telecamere mobili. Mentre la memoria fissa del potentissimo computer iniziava ad immagazzinare i dati, decise che era arrivato il momento di prendere il primo contatto diretto con quell’incredibile realtà: uscire all’aperto.

Lentamente aprì la portiera e con un piccolo saltello si ritrovò con i piedi su quel suolo gravido di storia. Solo allora si rese conto del miracolo che stava vivendo: in pochi secondi la tecnologia dell’umanità alla quale appartiene, lo aveva proiettato in carne ed ossa indietro nel tempo di quasi sei milioni di anni; era il primo a compiere quel balzo. Mentre volgeva lentamente il suo sguardo all’intorno, si concentrò ad ascoltare i rumori e le “voci” di quell’ambiente che tante volte si era immaginato. I ruggiti dei leoni gli parvero ancora più rauchi e profondi di quelli uditi nel suo vero mondo, come pure i barriti dei pachidermi che, in controluce con il sole che stava rapidamente calando, stagliavano all’orizzonte le loro sagome scure. Mentre il sole si stava nascondendo quasi del tutto dietro le colline di ponente, l’uomo percepì un improvviso silenzio: la Natura si era zittita di colpo, quasi a sottolineare l’imminente cambio di scena. I protagonisti della vita diurna si stavano ritirando al riparo per sfuggire alle minacce della notte, mentre i primi attori dell’oscurità si preparavano ad entrare in scena. Quelli che dovevano essere i progenitori dei babbuini salirono velocemente sugli alberi, addossandosi l’uno all’altro, mentre iene, sciacalli e licaoni, sbadigliando, iniziavano ad uscire dalle loro tane sotterranee. Anche il leopardo scese dall’albero, sul quale aveva sonnecchiato tutto il giorno, ed i suoi occhi gialli iniziarono a scrutare l’oscurità.

L’uomo rimase ancora un po’ a contemplare quell’antico mondo poi, risalito sul camion fu preso dalla stanchezza. Non aveva fame e, dopo aver predisposto le strumentazioni per la notte, si accovacciò sul sedile e chiuse gli occhi.

La breve alba equatoriale si fece precedere dallo strepitio di alcuni uccelli che, involandosi, sfuggivano alla curiosità di un giovane babbuino. Lo spettacolo che si presentò agli occhi dell’uomo era incredibile: Un’orda di babbuini giganti passeggiava con disinvoltura a pochi metri da lui, mentre alcuni di loro sostavano, in apparenza pigri, sui rami spampanati di un’enorme acacia. Erano di guardia, ognuno rivolto verso una direzione ben precisa, pronti a dare il segnale d’allarme al minimo pericolo. L’uomo rimase immobile quasi trattenendo il fiato; il minimo rumore li avrebbe messi in allarme. “Speriamo che anche i vetri siano ben maculati”, pensò fra sé e sé. Mentre finiva di pensare a questo, un rumore di frasche provenne all’improvviso dalla sua destra. Uno dei maschi dominanti iniziò cautamente ad arretrare latrando e mostrando i lunghi canini in segno di minaccia. Dalla boscaglia uscì una sagoma scura, seguita a ruota da altri tre di varia statura. Erano eretti, ma procedevano un po’ goffamente. La loro andatura, però, si fece subito più sicura quando, avendo smesso di arretrare per l’arrivo di altri maschi, il grosso babbuino iniziò ad avanzare verso di loro con tutta la criniera alzata: Stava per attaccare. Le strane creature si fermarono per nulla intimorite, mentre altre quattro o cinque, lentamente, uscirono allo scoperto; alla vista del grosso babbuino due di loro strinsero a sé i piccoli che avevano in braccio. La creatura più grossa si chinò leggermente di lato e, raccolto un grosso sasso, lo scagliò con forza verso il babbuino, ma era ormai troppo tardi: un attimo dopo gli fu addosso, seguito subito dagli altri maschi. Mentre infuriava la lotta, le strane creature rientrarono velocemente nel folto della boscaglia, ma dopo qualche attimo due di loro ritornarono indietro brandendo dei bastoni e si gettarono nella mischia. I due iniziarono e vibrare violenti colpi ben assestati sulle teste dei babbuini e in breve le scimmie si dettero alla fuga. Le due creature giunte in soccorso del loro compagno non li inseguirono e, quando furono sicuri che i babbuini erano fuggiti tutti via, si voltarono e si avvicinarono al loro compagno a terra. Erano simili agli scimpanzé dei suoi tempi, ma l’uomo, fissando da lontano i loro volti, intuì che quelle creature erano un qualche cosa di diverso che non aveva mai visto prima. Stava osservando per la prima volta alcuni dei probabili antenati del ramo evolutivo umano? Lo pensò, ma la sua formazione scientifica, basata solo su riscontri oggettivi, gl’impediva di formulare qualsiasi ipotesi fantasiosa.

Giunti vicino al compagno ferito, i due maschi lasciarono cadere i loro bastoni e, molto lentamente, si chinarono su di lui. L’uomo non riusciva a vedere bene cosa stessero facendo le due creature ed aveva paura di fare rumore, ma era evidente che i due maschi cercavano di sollevare il proprio compagno. Ci riuscirono. Lo sorressero, ma dopo pochi passi, questo si accasciò nuovamente al suolo. I due si chinarono ancora su di lui scuotendolo con delicatezza e cercando di rialzarlo nuovamente, ma le braccia del loro compagno persero velocemente vigore sino a che, lasciando definitivamente la presa con la quale li tratteneva disperatamente a se, le braccia caddero mollemente al suolo, mentre anche la testa si abbandonò di lato. Frattanto anche gli altri erano tornati allo scoperto, ma non le due femmine con i piccoli. Lentamente si fecero tutti intorno al loro compagno, toccandolo ed accarezzandolo sulla testa e sulle spalle poi, in silenzio come erano arrivati, lentamente rientrarono nella boscaglia, voltandosi ogni tanto verso il loro compagno che ormai non li avrebbe difesi mai più.

L’uomo che aveva assistito immobile a quella tragedia, lentamente aprì la porta del camion e scese a terra, senza distogliere lo sguardo da quel corpo ormai esanime. Aveva con sé il fucile e guardandosi un attimo attorno, mise il colpo in canna e poi si diresse lentamente verso di lui. La creatura aveva la gola squarciata dai lunghi canini del babbuino ed una profonda ferita al braccio destro, dalla quale si vedeva l’osso. L’uomo si chinò su di lui. Aveva gli occhi aperti e la bocca socchiusa lasciava intravedere i denti. Gli occhi lucidissimi e quasi neri davano a quel volto una strana espressione. Assomigliava molto ad uno scimpanzé, ma le fattezze della faccia erano meno esasperate. Non aveva un muso molto sporgente ed anche la fronte sembrava più alta. Lo turbava la sua espressione che, lentamente, si andava rilassando, facendo scomparire quella leggera smorfia di dolore. Lo toccò quasi con un po’ di timore: era ancora caldo.

Sollevò con delicatezza quella piccola mano. La pulì dalla terra impastata di sangue e l’esaminò con attenzione. Il pollice era abbastanza corto con un polpastrello turgido e leggermente rivolto in direzione dell’indice. Provò a far assumere a quelle dita che già iniziavano a raffreddarsi, la presa di precisione tipica di un uomo, ma non ci riuscì. L’avambraccio non era molto lungo, come pure l’omero ed il metacarpo non era molto sviluppato come nel gorilla. Stese il braccio lungo il corpo e le dita non raggiungevano il ginocchio, mentre il femore sembrava quasi perfettamente eretto. Con molta delicatezza, quasi con pietà, l’uomo girò il corpo di quella creatura sul ventre. I glutei erano ben sviluppati, segno di un’andatura prevalentemente eretta, fatto questo confermato anche dall’ampiezza del bacino, largo a sufficienza da contenere bene la massa viscerale che naturalmente grava verso il basso. L’attenzione dell’uomo si spostò sui piedi della creatura: l’alluce era leggermente divergente, ma la pianta mostrava un incavo ben marcato e metteva bene in evidenza la protuberanza del calcagno, altro indizio fondamentale di un’andatura eretta, anche se, ancora, con qualche incertezza.

Poi, come se fosse stato richiamato ai compiti per i quali era stato proiettato in quel lontano passato, l’uomo si alzò quasi di scatto puntandosi sul calcio del fucile e si diresse veloce verso il camion. Doveva sbrigarsi; in breve l’odore del sangue avrebbe avvertito le iene che il loro pasto era pronto.

Aprì il veicolo dal retro e, dopo aver sbloccato le ruote della piccola jeep, sgassò deciso verso lo scivolo metallico. Si fermò vicino al corpo e, lasciando il motore in folle, scese e sollevò con decisione il cadavere. Lo depose con delicatezza, ma senza molto riguardo, nel retro del piccolo veicolo, dopo di che girò con decisione il volante verso il camion ed in breve risalì la rampa.

Prima di procedere alla conservazione di quel prezioso “reperto”, perché questo era per lui in realtà, l’uomo accese il computer sul quale c’era l’enorme banca-dati che conteneva tutti i parametri di ogni fossile conosciuto. Pesò il corpo, misurò la sua lunghezza totale, ma anche la misura della gamba e del braccio. Divaricò con delicatezza la bocca che stava già iniziando ad irrigidirsi, poi misurò con precisione il canino e gli incisivi inferiori. Inserì tutti i dati compreso l’anno in cui si trovava e diede l’invio. Non era passato neppure un secondo che sullo schermo apparve un nome che lasciò l’uomo sbigottito: Ardipithecus karabba. Fissò quel nome con gli occhi sgranati e poi, voltandosi verso la creatura, la osservò a lungo incredulo. Aveva messo le mani su di un esemplare perfetto di una delle specie più enigmatiche, ma adesso gli esami che i suoi colleghi avrebbero potuto fare, avrebbero disvelato ogni dettaglio di quel rebus. C’era tutto il necessario per capire tutto: Sangue, DNA, cromosomi, sistema immunitario, tessuti, sistema nervoso; tutto.

Non c’era tempo da perdere e l’uomo balzò in piedi, iniziando ad aprire uno dopo l’altro i contenitori della scaffalatura: cercava i sacchi di plastica ed i liquidi per la conservazione. Trovato tutto l’occorrente, accese alla massima potenza il congelatore ed inserì la presa della pompa per il sottovuoto alle batterie atomiche. Con attenzione inserì nell’esofago della creatura il tubo che avrebbe permesso ai liquidi conservativi d’irrorare le viscere e d’intridere tutti i tessuti, senza per altro alterare le preziose caratteristiche biochimiche. Il loro esame, tra l’altro, avrebbe permesso di capire perfettamente quale distanza evolutiva c’era tra quella creatura ed il ramo che porterà all’attuale scimpanzé, anche se l’Ardipiteco si poteva già trovare sulla linea evolutiva che avrebbe portato all’uomo.

Immise quasi un litro di liquido e, dopo aver estratto il tubo, si affrettò ad occludere con il cotone la bocca, le narici e l’ano della creatura per evitare la fuoriuscita del conservante o dei liquidi organici. Il corpo si stava già irrigidendo e questo gli facilitò un po’ l’operazione successiva: mettere la creatura dentro a quel robusto sacco di plastica trasparente. Saldò a calore l’apertura del sacco e, tramite la valvola per il vuoto, tolse tutta l’aria, dopodiché inserì nella stessa valvola il tubo per immettere una piccola quantità di gas conservativi. Il congelatore segnava già -43°: Quel corpo si sarebbe conservato perfettamente. Prima di poter tirare fuori il reperto per riporlo nella cella frigorifera, l’uomo avrebbe dovuto aspettare quasi un’ora. Decise d’informare subito il laboratorio del suo eccezionale ritrovamento, mise il dischetto nel piccolo smaterializzatore e lo spedì. Passarono pochi minuti e sullo schermo apparì questa perentoria scritta: “Non toccare più nulla. Vai subito in cabina e preparati. Fra quattro minuti ti riportiamo a casa!” L’uomo chiuse subito tutti gli sportelli. Bloccò le ruote della jeep e, sedendosi in fretta al posto di guida, fece scorrere dietro di se la porta stagna. Si allacciò e, dopo aver dato un’ultima occhiata a quell’antico mondo, chiuse gli occhi e si rilassò.


L’Ardipithecus karabba che potremmo tradurre come “l’Ardita scimmia antenata primordiale”, è stato ritrovato nella prima metà degli anni ’90 nella zona dell’Awash (Etiopia) e fu interpretato, in un primo momento, come una sottospecie arcaica del più recente A. ramidus. Non è ancora certo quale esatto rapporto ci sia tra questa specie e le Australopitecine, in quanto i suoi caratteri molto primitivi lo farebbero collocare vicino alla divergenza che porterà, da un lato verso lo Scimpanzé pigmeo e, dall’altro alle Australopitecine. I resti conosciuti appartengono ad almeno cinque individui ed hanno un‘età che varia tra i 5,8 ed i 5,2 milioni di anni fa.


“Parcheggia qui” gli disse Mirco con uno sguardo incredulo da quel racconto. “Ti è piaciuta?” chiese l’anziano ed il suo allievo, scuotendo un po’ la testa con un’espressione fra l’ironico ed il compiaciuto, si limitò a dire: “Ma tu sei proprio matto!”


Oltre all’Ardipithecus karabba si consce anche una seconda specie appartenente sempre allo stesso genere. Si tratta dell’A. ramidus, anch’esso proveniente dall’Etiopia ed è databile a 4,4, milioni di anni fa. Tra il 1992 ed il 2003 sono stati rinvenuti i resti di vari individui, tra i quali uno scheletro completo al 45%, ma questi fossili non ci risulta che, ad oggi, siano ancora stati studiati approfonditamente e pubblicati in maniera esaustiva.


di Gianluigi Bini

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