• Malakos

Per la serie "Storytelling" - La lezione

Brevi storie di fantasia per spiegare temi più complessi


tempo di lettura 5 minuti


La lezione

Come ogni mattina alle cinque l’anziano era già al lavoro. Lui e sua moglie andavano a dormire presto la sera ed alle quattro erano già in piedi. Nonostante fosse alla soglia dei sessant’anni, padroneggiava il computer come un adolescente. Scriveva, disegnava ed elaborava animazioni didattiche per le sue lezioni, ma soprattutto gestiva i dati scientifici della sua vastissima collezione di conchiglie; la gestiva tramite una complessa banca-dati che aveva strutturato da sé.

Alle dieci doveva tenere una lezione su come si conduce uno scavo preistorico, ma soprattutto, sulle complesse indagini di laboratorio, tramite le quali è possibile rivelare le tenui tracce del passato nascoste dentro gli strati geologici, tracce di un passato spesso antico di milioni di anni. Nel mettere giù la scaletta, l’anziano si trovò nell’imbarazzo. Era necessario sintetizzare molto. L’argomento era vasto, ma lui doveva sintetizzarlo in una sola lezione di due ore. Doveva necessariamente tagliare qualche cosa. Si rese conto che, per paradosso, se avesse conosciuto la materia in modo più superficiale, sicuramente avrebbe potuto impostare la lezione in maniera più semplice. Ma per lui, nonostante fosse un Naturalista ed un Biologo Marino, le cose non stavano così. Da studente aveva avuto la possibilità di partecipare, per anni, a numerosi scavi preistorici. Sapeva molto bene come si conducevano i lavori e quanto siano complesse le numerose analisi di laboratorio che si possono fare. Capire dal tipo di terreno quale clima c’era all’epoca. Cercare di riconoscere ogni più piccolo frammento di un osso umano, ma anche distinguere se un dente era appartenuto ad un orso od a un leone delle caverne.

La Paleontologia umana e l’Antropologia più in generale era, da sempre, una delle sue più grandi passioni e due interi scaffali della sua vasta biblioteca lo testimoniavano. Note sulla fauna pleistocenica di Grotta Calanca (Marina di Camerota, Salento) era il titolo della sua prima pubblicazione. Erano solamente due paginette d’appendice apparse nel 1968, ma erano state pubblicate sulla più prestigiosa rivista italiana del settore e lui, nel 1968, aveva solamente diciassette anni.

Scriveva e cancellava. Tutte le scalette che metteva giù erano complicate. Alla fine decise di seguire il metodo che preferiva: Improvvisare. Andare a braccio e seguire le domande degli studenti, percorrendo il tracciato che la curiosità dei ragazzi gli indicava. Era il metodo che Wanna, sua moglie, temeva più di ogni altra cosa. Quando l’anziano teneva una lezione od una conferenza andando a braccio, i risultati potevano essere solamente due e diametralmente opposti: affascinare la platea con un’esposizione fluida ed accattivante, oppure annoiare a morte gli astanti, incasinandosi su argomenti del tutto marginali.

Quella mattina entrò in aula senza appunti e Wanna gli raccomandò ancora una volta: “Guardami, ogni tanto”. Sua moglie, infatti, gli faceva da suggeritore muto; un semplice segno delle sue mani che simulavano le forbici era più che esplicito e lui rientrava in carreggiata.

La sua figura un po’ scapigliata suscitava curiosità ed attenzione. Non si presentava né come uno “scienziato pazzo”, né come un cattedratico barboso, ma piuttosto come una persona che aveva vissuto intensamente. Aveva scolpita sul volto l’intensità della vita che si era scelta. Una vita fatta di viaggi e di avventure, ma anche un’esistenza segnata da contraddizioni spesso stridenti come successo e polvere. Grandi soddisfazioni e cocenti delusioni. Gioia sconfinata e profondo sconforto.

“Buongiorno a tutti” - iniziò e, puntando il dito verso il primo che gli capitò a tiro: “Scusa! Tu ti chiami? - Gianluigi” rispose sorpreso il giovane. “Benissimo Gianluigi. Ammettiamo che, per ipotesi, tu stia camminando lungo la Rift Valley, in Africa, e passando accanto ad una scarpata, vedi spuntare un fossile. Un cranio che, per metà, fuoriesce dal sedimento. Cosa fai?” - Il ragazzo sicuro: ”Lo scavo e lo prendo. - E poi che fai? - Lo pulisco per bene dalla terra, lo lavo e poi glielo porto, perché io non ci capisco niente! - Bravo Gianluigi. Bravo perché me lo porti, ma in questo caso avresti già fatto ben due casini. Il primo, forse quello meno grave, hai tolto il fossile dal suo contesto originario. Il secondo è invece gravissimo: Lavarlo da te! E magari anche usando il famoso Sapone di Nonna Genoveffa che fa bianca anche la notte, non sapendo che in quel pastrocchio c’è una sostanza che altera le caratteristiche chimico-fisiche del fossile. Ma non ti preoccupare Gianluigi: questa sarebbe una bischerata fatta in buona fede. Anzi … ti dirò di più: una bischerata che, in passato, hanno fatto anche tanti scienziati quando, cioè, non erano ancora state sviluppate certe tecniche e non avevamo le conoscenze di oggi”.

La classe che quella mattina aveva davanti era una Terza Media e molti di quei giovani avevano già il cervello proteso verso altri orizzonti. Verso quegli studi di Anatomia Umana applicata che, a quell’età, ti fanno riempire la faccia di brufoli e ti fanno assumere quei buffi atteggiamenti da maschio dominante, o da navigata mangiauomini, ma che ti fanno piangere come una vite tagliata alla prima delusione.

“Ma che cosa posso trovare durante uno scavo preistorico! Qualche osso di animale; un po’ di strumenti preistorici che noi chiamiamo selci e, se sono fortunato, un frammento di mandibola umana con un paio di denti e qualche falange. Spesso non troviamo altro o, per lo meno, così ci sembra. Ed allora come diavolo faccio a poter dire con certezza: Qui, quarantacinquemila anni fa, faceva un gran freddo. Vicino a questa grotta c’era una prateria, ma c’era anche una bella foresta di faggi che adesso non esiste più, una piccola palude, e l’Uomo di Neanderthal cuoceva regolarmente le sue prede. Ma lei è matto penserete. E invece no! Non mi sono inventato niente e ve lo dimostro subito”.

L’anziano, dopo aver cercato un cenno di assenso da sua moglie, si diresse verso la lavagna. Si accorse di aver catturato l’attenzione dei giovani; era riuscito a sedare per un po’ le tempeste ormonali di quei ragazzi.

“Primo! Come faccio a dire che i miei fossili hanno quarantacinquemila anni. Semplice: Chiedo ad un fisico di contarmi quanti atomi di C14, di Carbonio 14, ci sono rimasti dentro il mio fossile. Lei li conta ed io faccio una semplice operazione matematica, una proporzione, ed ottengo l’età con un margine d’errore più che accettabile. Come faccio? Ve lo spiego dopo! Poi prendo un geologo e gli chiedo: Come si è formato il sedimento che contiene i miei fossili? gli chiedo perciò, di farmi una pedogenesi. Il geologo mi dirà: Sei nel mezzo della Glaciazione del Würm; fa un freddo cane ed è molto umido. Ed anche questo dopo! Ma quello che mi ha detto il geologo, io lo sapevo già e la sua è solo una conferma; infatti, tra le ossa che ho trovato, c’è una mandibola di renna, e la renna non mi vive certo all’equatore, ma vuole un clima simile a quello che c’è oggi in Lapponia. Non è finito: mi accorgo che alcune ossa sono combuste. Sono bruciate e sono state rotte! Quindi quell’Uomo di Neanderthal, che ho riconosciuto dalla forma dei due denti che ho trovato, arrostiva la carne e poi spezzava le ossa per succhiare il midollo. Infine chiamo un botanico, gli do un sacchetto di terra e gli chiedo: Mi dici, per favore, che vegetazione c’era? Lui cerca il polline che si è fossilizzato, mi dice quali piante ha trovato e, quindi, mi descrive la vegetazione che c’era. …. Come vedete non mi sono inventato nulla!”

Nella classe c’era un silenzio di tomba. Proprio quel tipo di silenzio che precede una tempesta di domande che, puntualmente, iniziarono incalzanti. “Professore cos’è il C14!” - “No Professore! Prima io: Cos’è la pedogenesi!” - “Ha detto la Glaciazione del Würm? Cos’è!”.

La seconda ora di lezione la trascorse a rispondere alle varie domande, cercando di ricorrere il più possibile ad esempi semplici, ma anche a paragoni decisamente fantasiosi: Tessere che nel loro insieme compongono il disegno di un puzzle; atomi di carbonio che girano come se fossero una giostra e ghiacciai che funzionano come enormi spugne e che succhiano l’acqua dal mare.

Gli piaceva molto parlare con i ragazzi, come pure insegnare ed in cuor suo cercava di avvicinare qualcuno di quei giovani alle scienze. Non gli importava a quale disciplina quei ragazzi si sarebbero potuti accostare: a lui sarebbe bastato che anche una sola di quelle giovani menti si dedicasse alla ricerca. Per lui non era importante che imparassero a memoria i nomi scientifici delle piante piuttosto che quelli delle conchiglie o dei minerali; quello a cui teneva veramente era insegnare a quei ragazzi il metodo. L’approccio corretto che uno scienziato deve avere quando si accosta all’ignoto: L’onestà di riconoscere i limiti della propria conoscenza ed i propri errori; l’umiltà di ammettere che un’altra idea è migliore della tua; la curiosità di spingersi sempre più avanti e saper lavorare in gruppo, unendo le forze per un obiettivo comune. Sapeva benissimo che, a parte la curiosità, quelle non sono certo caratteristiche innate nell’uomo e che, anzi: l’istinto di conservazione spesso ti porterebbe a comportarti in maniera diametralmente opposta. Da giovane lo aveva sperimentato tante volte sulla sua pelle.

La lezione finì, ma lui si trattenne ancora un po’ a parlare con alcuni ragazzi che volevano saperne di più di quell’affascinate materia. Ma quando questi, finalmente soddisfatti, stavano per uscire dall’aula, all’anziano venne spontaneo di dire: “Se v’interessa approfondire qualche altra cosa, potete tornare quando volete”. Quella era la stessa frase che, tanti anni prima, gli disse quello che sarebbe divenuto poi il suo maestro: Il suo Prof.

Ormai si era quasi fatta l’ora di pranzo ed i due anziani, guardandosi in silenzio, decisero che era giunto il momento di starsene da soli un paio d’ore in santa pace. Erano già tre settimane infatti che, come dire, loro erano a tutto servizio della figlia e del nipotino e ci voleva una pausa. Si avviarono così a braccetto verso quella trattoria che piaceva tanto a loro, e lei gli sussurrò con affetto: “Sei stato bravo!” e l’anziano, stringendola un po’ sottobraccio, la ringraziò con un sorriso.


di Gianluigi Bini


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