• Malakos

Per la serie "Storytelling" - Un tentativo fallito

Brevi racconti di fantasia per spiegare temi più complessi


Un tentativo fallito


tempo di lettura 15 minuti

Quella mattina Wanna ed il Giovane Anziano si alzarono molto presto. Per arrivare alle miniere di Gavorrano con la loro Land Rover, ci sarebbero volute circa tre ore, sosta per il caffè compresa. In macchina c’era già tutto: piccone, pala, elmetti, martelli e scalpelli. Alle sei erano già in marcia ed uscirono dalla conca del Lago Trasimeno quando cominciava ad albeggiare: Una lingua di luce univa la sagoma scura dell’Isola Maggiore a quella della Polvese, in uno spettacolo mozzafiato.

Sino alla fine degli anni ’70 erano decine le miniere ancora attive nella zona delle Colline Metallifere e le discariche dei vari impianti erano ancora ricchissime di minerali. Niccioleta, Gavorrano e Boccheggiano sono solo alcune delle principali località della zona di Massa Marittima, un tempo Massa Metallorum, che ancor’oggi attirano centinaia di appassionati nel Grossetano.

Dopo più di due ore passate a spaccare sassi, Wanna ed il Giovane Anziano avevano messo insieme un’intera cassetta di minerali: Pirite, cristalli di quarzo, celestina e zolfo, patine di azzurrite, di malachite e cento altri piccoli tesori. Erano stanchi e si sedettero soddisfatti a fumarsi una sigaretta. “Adesso scendiamo in paese, ci laviamo e andiamo a pranzo” disse soddisfatto sorridendo a lei. Wanna era tutta indolenzita; ancora non era abituata a quelle sfacchinate, ma la vita che aveva deciso di condividere con il Giovane Anziano, gliene avrebbe riservate molte, molte altre. “Sei stanca Mimma eh! - Si!” mormorò lei con un filo di voce. Le facevano male le braccia e tutti i muscoli delle gambe, ma soprattutto aveva i piedi in fiamme. Slacciandosi quei maledetti scarponi, guardò lui di sottocchio e sorridendo disse: “Non credevo fosse così dura andare a minerali”. Lentamente si passò una mano fra il biondo dei capelli e lo sporco che le segnava il viso, se possibile, la rendeva ancora più bella. Wanna odiava le calze ed anche in pieno inverno non le portava, ma quella volta le costò cara. “Te l’avevo detto di mettere i calzettoni. Non si portano gli scarponi a piedi nudi: Fammi vedere come ti sei conciata!” Le liberò con delicatezza i piedi e ci versò sopra l’acqua della borraccia. “Aspetta … vado in macchina a prendere un po’ di crema!” Il Giovane Anziano aveva solo 33 anni ma, come abbiamo visto e vedremo, aveva già girato il mondo ed era abituato a portare sempre con se la cassetta dei medicinali. I diti erano tutti arrossati, ma quello che lo fece preoccupare di più erano le sbucciature sui talloni: “… ma guarda come ti sei conciata Mimma!" - "Ahi! Mi fai male" - "Ferma testona che devo metterti la crema! E un’altra volta mettiti i calzettoni”.

L’aiutò ad alzarsi e la prese in braccio: “Vieni andiamo alla macchina”. Pesava solamente quarantadue chili, ma il terreno accidentato lo fece penare un po’.

“Andiamo a mangiare a Massa Marittima, o vuoi tornare a casa?!" - "No! No! Sto bene. Andiamo a mangiare”. Era quasi un anno che vivevano assieme, ma lui non aveva ancora fatto caso a come Wanna sapeva muovere i diti. Era incredibile: Riusciva a divaricare un po’ l’alluce ed era capace di muovere gli altri quattro in maniera indipendente; una cosa difficilissima. “Ma come fai!" - "A fare cosa?!" - "A muovere i diti in quella maniera … è una cosa quasi impossibile. Sembri una scimmietta. Anzi! Visto che siamo vicini a Montebamboli, sembri quasi un Oreopiteco”. Lei lo guardò in maniera interlocutoria, arricciando un po’ il naso: “Cosa ti sembro? - Un Oreopiteco! - E chi diavolo sarebbe!" - "Uno scimmiotto! Viveva in questa zona otto milioni d’anni fa." - "Grazie! Proprio un bel paragone. Complimentoso come il solito eh!” Wanna sapeva bene che quello era il suo modo di farle un complimento e si mise a ridere. “Scherzi a parte … dimmi un po’ chi era questo scimmiotto! - L’Oreopiteco? … Beh! Proverò a raccontartelo con una storiella, ma dopo pranzo … mentre torniamo a casa”.

Si fermarono in una di quelle trattorie di campagna che tanto amavano e fecero onore alla cucina locale. Fecero onore anche al vino della casa e, dopo pranzo, come abitudine si fermarono a fare un pisolino all’ombra di una grande quercia.

Lungo la strada di ritorno Wanna vide il cartello stradale che indicava Montebamboli e si ricordò della promessa: “E allora? La storiella su quel piteco che mi hai promesso?” Lui volse lo sguardo verso di lei sorridendo e, dopo aver raccolto un po’ le idee, cominciò: “Prima di tutto dobbiamo fare un bel salto indietro nel tempo, un salto di otto-dieci milioni di anni fa …”

Labronica era una bella isola non lontana dalla penisola italica. Piccole catene montuose la bordeggiavano ad occidente; tutto il resto era un susseguirsi di dolci colline, fra le quali si aprivano vaste pianure ricchissime d’acqua. Montagne e colline erano ammantate di foreste dal sottobosco rado. In pianura, invece, le foreste erano più rigogliose per la grande umidità: Un intrico impenetrabile che s’incuneava ovunque fra un alternarsi di paludi, laghetti e piccoli fiumi. Era un vero e proprio mosaico d’acqua che interrompeva la continuità dei manti verdi, favorendo una vita animale molto dinamica. Serpenti, tartarughe d’acqua, insetti di ogni forma e colore, piccoli mammiferi ed uno svolazzare variopinto d’uccelli, riempivano di vita ogni settore di quel piccolo Eden.

Le Scimmie di montagna vivevano in gruppi familiari più o meno numerosi e, quando casualmente entravano in contatto tra di loro, gli incontri erano sempre pacifici e potevano anche condividere lo stesso territorio per alcuni giorni. Poi, quando per una tacita intesa, i vari maschi dominanti decidevano che era giunta l’ora che ognuno riprendesse il proprio peregrinare, quasi sempre alcuni individui passavano da un gruppo all’altro, così, inconsapevolmente, il corredo genetico delle varie popolazioni poteva arricchirsi di nuovo sangue. Le foreste dove vivevano erano ricche di frutti ed il clima umido permetteva una crescita continua di teneri germogli. A differenza delle terre dove avevano vissuto i loro antichi progenitori, a Labronica non c’erano leopardi e tigri dai denti a sciabola e così, con il passare delle generazioni, le Scimmie di montagna avevano ormai perduto l’istinto e le astuzie per difendersi dai grandi predatori.

In un periodo compreso fra i quindici e gli otto milioni di anni fa circa, Sardegna, Isola d’Elba, ampi settori della Toscana sud-occidentale (le Colline Metallifere) e, forse, anche Corsica formavano una grande isola tirrenica, successivamente disgregatasi per dare origine alle attuali morfologie. Per una mera necessità letteraria, questa grande isola è qui chiamata Labronica, toponimo riferibile esclusivamente all’attuale costa livornese, ma privo di qualsiasi significato geologico.

La vita delle scimmie trascorreva tranquilla ed anzi, se vogliamo, la loro esistenza era anche un po’ monotona: Nessun problema per il cibo; nessuna competizione con specie similari e nessun predatore che le minacciasse. Ogni giorno il gruppo di Sandrino passava sempre più tempo a terra, sviluppando sempre più l’abilità di camminare eretti. Di giorno salivano sugli alberi quasi esclusivamente per cogliere i frutti e qualche famigliola non ci saliva più neppure per passare la notte. Dormire a terra era decisamente più comodo ed anche meno rischioso, soprattutto per i cuccioli e per i più vecchi, spesso vittime di rovinose cadute durante il sonno.

Sandrino cresceva agile e robusto e fra i cuccioli della sua generazione si stava già imponendo come dominante. La sua grande curiosità non era mai paga: “Cos’è quello? Perché la terra trema? Perché noi e gli uccelli siamo gli unici animali a camminare su due zampe?” La madre stava ancora allattando il figlio più piccolo e l’irrequietezza di Sandrino iniziava ad infastidirla. Non aveva quasi mai risposte logiche a quella raffica di domande e capì che era giunto il momento per suo figlio di seguire gli adulti. “Adesso basta Sandrino! … Ormai sei grande. Da oggi seguirai tuo padre e le tue domande le farai a lui”. In un primo momento il giovane rimase un po’ turbato da quel repentino allontanamento, ma poi venne preso da una sorta d’eccitazione: Da oggi anche lui avrebbe potuto frequentare gli adulti. Si avvicinò un po’ timoroso al gruppo dei grandi maschi, chiedendo da lontano a suo padre di potersi avvicinare; era ancora un po’ piccolo e sapeva bene che una mancanza di rispetto gli sarebbe costata cara. Il padre guardò in maniera interlocutoria gli altri maschi ed, in risposta alla sua muta richiesta, il vecchio Kuff offrì a Sandrino il braccio, invitandolo ad una breve spulciata rituale. Il giovane si avvicinò con cautela, evitando di sostenere gli sguardi che i grandi maschi gli rivolgevano, limitandosi a sbirciare in tralice il volto rassicurante del padre. Arrivato vicino al vecchio Kuff, Sandrino si fermò e si sedette con cautela, stando bene attento a non urtare nessuno. Rimase per qualche istante con lo sguardo a terra e, solo dopo che Kuff gli offrì nuovamente il braccio, iniziò con delicatezza il rito del Grooming. Per prima cosa si mise a ripulire il pelo dalle scorie di pelle, per poi passare a schiacciare le pulci con i denti. Lo faceva tutti i giorni con sua madre, ma questa volta era diverso: Un movimento troppo brusco, una tirata di pelo troppo energica od un morsetto involontario, potevano scatenare la violenta reazione del vecchio. Andò tutto bene e, per tutta risposta, Kuff ricambiò la gentilezza ricevuta, togliendo dal pelo del giovane una fogliolina secca. Il più era fatto e Sandrino iniziò a rendere omaggio e sottomissione anche a tutti gli altri, incluso suo padre.

Per i primi giorni Sandrino si limitò solo a rispondere alle poche domande che gli venivano rivolte, senza mai intervenire nelle conversazioni. Ascoltava tutti con rispetto e prendeva il cibo solo quando gli era offerto. Come gli aveva raccomandato sua madre, si sedeva e si alzava sempre per ultimo e, nei brevi spostamenti, si limitava a seguire il gruppo degli adulti a breve distanza, inserendosi tra loro solo dopo averne ricevuto il permesso. Gli oreopitechi erano scimmie molto pacifiche, ma il rispetto per gli anziani e le regole gerarchiche erano rigide.

L’Oreopithecus bambolii, letteralmente La scimmia montana di Montebamboli è uno dei fossili più enigmatici che si conoscano. Ritrovato nel 1872 nelle miniere di lignite di Montebamboli (Grosseto) questo fossile, a lungo dimenticato, è ritornato alla ribalta nel decennio scorso, a seguito di recenti ritrovamenti sardi, ma soprattutto spagnoli. Vissuto circa otto milioni di anni fa (Miocene), questo primate può essere considerato un vero e proprio paradosso della Natura. Nonostante non possa in alcun modo essere ricondotto alla linea filogenetica che porterà all’uomo, questa scimmia era bipede. Alto circa un metro e dieci per trenta chili di peso, l’Oreopiteco aveva lunghe braccia da arrampicatore, ma la colonna vertebrale, il bacino e, soprattutto gli arti inferiori e la conformazione del piede, mostrano chiaramente che la sua andatura era bipede.

Alla fine degli anni ’90 Salvator Moyà-Solà e Meike Kölher avanzarono un’interessante teoria, secondo la quale il particolare percorso evolutivo dall’Oreopiteco sarebbe legato proprio all’isolamento geografico ed all’assenza di predatori, teoria alla quale questo racconto liberamente si rifà in toto.

Con il passare dei giorni Sandrino cominciò a prendere una certa confidenza con gli adulti e, pur mantenendo sempre il suo ruolo di ultima ruota del carro, iniziò timidamente a fare le prime domande. Sempre le stesse: “Perché noi siamo gli unici che camminano come gli uccelli anche se non abbiamo le ali? Perché le scimmie di pianura camminano a quattro zampe? Perché la terra trema? E perché …”, ma gli adulti si limitavano a rispondergli con dei sorrisi di sufficienza. Le consideravano delle inutili curiosità di un giovane e, quindi, senza alcun interesse. Non lo facevano per un senso di superiorità, ma solo perché erano privi di curiosità. La loro specie mancava di un’intelligenza di tipo creativo. Oggi diremmo che “vivevano fuori dal mondo” da centinaia di generazioni: Mai problemi di sopravvivenza; nessun nemico dal quale difendersi, od un’altra specie con la quale competere. Mancavano di stimoli esterni e, quindi, di una spinta evolutiva di tipo intellettivo. Quello che avevano era più che sufficiente. Erano in grado di camminare eretti, ma la mancanza di un’evoluzione cognitiva faceva di loro dei veri e propri fossili viventi. Sandrino era diverso. Era curioso; un osservatore attento di tutto ciò che lo circondava e, se vogliamo, di un Oreopiteco aveva solo il fisico, ma non certamente il cervello.

Nonostante l’indifferenza per le sue quotidiane domande, la terra continuava a tremare tutti i giorni. Le scosse erano sempre più forti; più lunghe e qualche adulto iniziò a pensare alle insistenti domande del giovane: Perché la terra trema! E cosa significa! Quella sera il gruppo fu percorso da uno strano nervosismo. Litigavano per un non nulla ed anche i più pacifici si dimostrarono stranamente scorbutici, mentre i cuccioli non smettevano di piagnucolare. Le tenebre calarono cupe e piano piano tutte le voci si affievolirono sino ad acquietarsi. Il silenzio avvolse tutta la vallata, interrotto solo dai richiami amorosi dei grilli, ma poco dopo anche questi cessarono e solo in fruscio del vento aleggiò nell’aria. All’improvviso un boato lacerante squarciò la quiete notturna ed il suolo inizio a tremare ed a saltare con una violenza inaudita: La terra non si fermava più. Una, due, dieci, trenta fortissime scosse squassarono l’isola. Quando la terra si fermò, quelli che dormivano sull’erba lentamente iniziarono ad alzarsi in piedi, ma non vedevano quasi nulla. Di fronte a loro il suolo era spaccato e dalle profonde voragini si alzavano vapori e miasmi asfissianti. Il silenzio calò nuovamente e solo allora si udirono le urla di terrore ed i lamenti provenienti dal bosco, ma non si poteva vedere quasi niente. Quando cominciò ad albeggiare, la brezza mattutina ripulì l’aria e le scimmie iniziarono a capire cosa era successo. Quasi tutte quelle che dormivano sugli alberi erano state scaraventate con violenza a terra e molte giacevano immobili con l’osso del collo rotto. Alcune erano gravemente ferite, quasi tutte con braccia e gambe rotte, mentre altre giacevano sotto il peso dei grossi alberi crollati. Lentamente le superstiti si avvicinarono: il vecchio Kuff era a terra. Aveva gli occhi sbarrati ed una smorfia di dolore gli contorceva il muso. Il sangue disegnava un piccolo rivolo al lato della bocca: Aveva il torace schiacciato da un masso ed un attimo dopo chiuse per sempre gli occhi.

Qualcuna fu aiutata a liberarsi dai rami che la intrappolavano, ma per la maggior parte di quelle ferite non si poté fare niente: Erano troppo gravi; non avrebbero potuto sopravvivere e, come Natura vuole, furono abbandonate.

Una volta uscite dal bosco, le scimmie iniziarono a guardarsi intorno e non poterono credere a ciò che videro. Il costone di roccia che bordeggiava a levante la vallata non c’era più; al suo posto, in lontananza, una montagna tuonante che gettava in aria grandi ciuffi di fuoco ed il fumo che usciva dalla vetta si arrossava di bagliori spaventosi. Gli oreopitechi non avevano mai visto un vulcano ed, in un attimo, il terrore prese il sopravvento. Iniziarono a fuggire in maniera convulsa verso ponente. Sempre correndo il gruppo iniziò a smembrarsi anche a causa degli ostacoli che gli si paravano contro. I più veloci cercarono di stare assieme, i più lenti arrancarono sfrascando e chi cadde fu lasciato indietro.

Le scimmie più giovani e più forti corsero per ore e, solo quando il cuore sembrava volerli scoppiare in petto, si fermarono stremate. Rimasero nascoste tra le frasche ancora terrorizzate e solo quando udirono gli uccelli cantare e li videro posarsi tranquilli sui rami, capirono che il pericolo era passato. D’istinto cominciarono a lanciare acuti segnali di richiamo, nella speranza che altre scimmie le udissero. Poco dopo arrivarono le prime risposte; provenivano da lontano ed un po’ da tutte le parti. Sandrino era sconvolto. Aveva visto la madre ed il fratellino cadere in una voragine di fuoco, mentre il padre era rimasto indietro e non ce l’aveva fatta a seguirlo, ma forse era ancora vivo.

Gli oreopitechi si fermarono in una radura a ridosso del mare: Era la prima volta che lo vedevano. Quelli che ce l’avevano fatta ad arrivare lì erano tutti giovani ed il mare lo conoscevano solo per i racconti degli anziani. Erano affascinati e spaventati al tempo stesso e si guardarono bene dall’avvicinarsi all’acqua. Il terremoto aveva scatenato la furia del mare ed il fragore delle onde che schiaffeggiavano le rocce, ricordava il rombo del terremoto. Rimasero colpiti anche da quello strano odore che si sollevava dalla schiuma e, quando una delle scimmie si mise a ripulirsi il pelo da quella strana nebbiolina che li avvolgeva, storse disgustata il muso e sputò più volte a terra: Non conoscevano il sale.

Dalla boscaglia alle loro spalle spuntarono i primi volti impauriti degli adulti. Sandrino lanciò il suo personale richiamo verso il padre, ma non ebbe risposta. Gli altri giovani corsero felici verso i propri genitori scambiandosi lunghe affettuosità, ma il padre di Sandrino non c’era. Continuò a chiamarlo in disparte dagli altri per molto tempo, poi si rassegnò ad essere rimasto solo.

Nel frattempo il gruppo dei sopravvissuti aveva trovato del cibo e, quando il giovane si riunì a loro, li trovò che discutevano. Due degli adulti insistevano che lì il mare non c’era mai stato. Guardando verso quell’isola di fronte loro, indicavano insistentemente con il dito la grotta dove si erano rifugiati per il temporale. Ci erano venuti una volta da giovani e quella terra che adesso si stagliava alta sul mare, prima era attaccata lì, proprio dove si trovavano loro. Ma quando si era staccata e, soprattutto, come era potuto succedere tutto questo? Sandrino, volgendo lo sguardo verso levante, disse: “Deve essere stata la terra tremante a farla staccare!” Poi, indicando il vulcano aggiunse: “Anche la grande montagna fumante prima non c’era e adesso c’è!”

Passarono gli anni, ma la vita degli oreopitechi non fu più la stessa. La paura era entrata con prepotenza nella loro vita quotidiana, ma la tranquillità nella quale avevano vissuto per migliaia di anni, aveva scavato un solco incolmabile tra loro ed il resto del mondo animale. Solo i grandi predatori finali non avevano nemici diretti dai quali difendersi; per questi ultimi bastava evitare di assalire le prede più forti di loro ed il gioco era fatto. Gli oreopitechi ritrovarono la paura, ma non avevano altre doti necessarie alla loro sopravvivenza: Prudenza, circospezione, astuzia e, all’occorrenza, aggressività. Per tutti gli altri animali era diverso e se erano riusciti a sopravvivere non era certo per caso: Sapevano mimetizzarsi e fiutare il pericolo. Si muovevano solo a favore del vento ed avevano stabilito ruoli specifici all’interno del gruppo, in modo che ci fosse sempre qualcuno di guardia. Alcuni avevano sviluppato un senso di tacito mutuo soccorso fra specie differenti, imparando ad interpretare i segnali d’allarme di animali diversi da loro. Gli oreopitechi no! Quando il frammento di Labronica che abitavano venne “risucchiato” dalla penisola italica, quelle scimmie si trovarono completamente indifese ed è, forse, nella loro ingenuità che va ricercato il motivo principale del loro fallimento evolutivo e della loro inevitabile estinzione. Non conoscevano il motore che, da sempre, regola ed armonizza la Natura: la competizione.

A differenza dei babbuini e delle macache che, pur passando gran parte delle ore di luce a terra, con l’arrivo delle tenebre si rifugiavano in cima agli alberi, quelle ingenue scimmie continuarono a dormire a terra. Armate, potenzialmente, solo del loro bipedismo, non sfruttarono più la loro capacità di arrampicarsi e, ben presto, leopardi, iene, lupi ed altri grossi predatori notturni, furono i principali artefici della loro repentina scomparsa.

Wanna aveva ascoltato rapita con lo sguardo perso nel vuoto. Amava la poesia e la narrativa, frutti dell’intelletto questi che avevano contrassegnato tutta la sua precedente vita d’attrice di teatro. Un po’ per destino ed un po’ per sua volontà, quella vita se l’era buttata alle spalle. Spesso ne parlava con lui, ma sempre senza rimpianto; da circa un anno a quella parte aveva trovato una nuova esistenza. Un’esistenza che la porterà a guidare, per giorni, una jeep attraverso i boschi, a scattare foto agli avvoltoi standosene nascosta sotto le frasche, a frugare fra le reti abbandonate in cerca di conchiglie ed a riconoscere fra tanti fiori la bellezza di una piccola orchidea selvatica.


di Gianluigi Bini



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